Le finalità dell’intervento scolastico (2)

di Rosa Armicoda e Elvio Mattalia

Il “senso” della scuola 

Solo qualche decennio fa gli insegnanti avevano chiaro cosa proporre, quali finalità perseguire, cosa dava significato al loro lavoro, poiché vi era maggiore coerenza tra una società meno complessa di quella odierna e il modello di scuola ad essa corrispondente; c’era congruenza e sintonia tra i valori, le norme, i comportamenti proposti dall’istituzione scuola e dalla famiglia. Tale condivisione costituiva la base di un diffuso riconoscimento sociale del lavoro degli insegnanti, che in ciò trovavano conferma, soddisfazione e senso per il loro fondamentale compito.
Oggi, al contrario, il vivere contemporaneo propone stili e modelli di vita in continua e veloce evoluzione, che comportano costanti spostamenti dei confini del proprio agire e pensare, determinando spesso incertezze, ambiguità e sofferenze individuali; originando, quindi, difficoltà e contraddizioni nel porsi come adulti che offrono certezze e saperi.
Tutto ciò riguarda in primis le famiglie, ma coinvolge in pieno anche i docenti sia sul piano personale che sul versante educativo, rendendoli insicuri nel proporsi come modelli, insoddisfatti del loro impegno, non più riconosciuti socialmente.
Nonostante la crisi del ruolo dell’insegnante, così come sinteticamente abbiamo delineato, pensiamo che non ci si debba abbandonare al pessimismo più totale. Certamente auspichiamo una riconsiderazione politica, istituzionale e sociale del loro ruolo, che necessita, in primis, di un giusto riconoscimento economico del loro servizio, così come avviene in altri paesi europei.
Tuttavia, come dimostra la scuola che “tiene” anche in tempi difficili e di riduzione di risorse, pensiamo che sia comunque possibile ritrovare il “senso del proprio lavoro”, fronteggiando difficoltà e smarrimento, ritrovando la motivazione del proprio agire.
Un modo perché ciò si verifichi è uscire dall’isolamento in cui spesso ci si confina come difesa, rivalutando la dimensione collegiale, confrontandosi sulle possibili scelte educative sulla base di una conoscenza più approfondita dei ragazzi di oggi, dei loro problemi, non rinunciando ad individuare possibili orizzonti di senso per sé e per i propri alunni, pur all’interno di uno scenario sociale molto complesso, nel quale sembra essere difficile prefigurare un futuro certo e soddisfacente per tutti. I docenti devono interrogarsi su chi sono questi loro alunni, come si relazionano tra coetanei, con i propri genitori, come vivono ogni fase della loro crescita, in particolare la loro adolescenza, cosa si attendono dagli adulti, dalla scuola e dalla società in rapporto al proprio futuro e alla propria collocazione professionale.
Si tratta, quindi, di accogliere e condividere “insieme” questo patrimonio di conoscenze, esperienze, aspirazioni, desideri, sogni, per scegliere modalità e contenuti disciplinari che possono motivare i loro allievi all’apprendimento, individuando i significati essenziali su cui costruire la loro proposta didattica.
Il fisico Paolo Guidoni sovente, nell’ambito della progettazione unitaria dalla scuola per l’infanzia all’università, parlava della necessità di ricorrere ad uno “straccio di teoria” per spiegare i fatti, di uno schema interpretativo sempre modificabile, per cogliere e negoziare la realtà, per uscire dall’implicito e rendere esplicito ciò che può accomunare e su questa strada costruire un percorso di crescita per gli alunni .
Ovviamente la condivisione di sensi, significati, valori, teorie è rassicurante perché crea appartenenza al progetto collegiale che riguarda l’intera macro-organizzazione scolastica. Tale sicurezza potrà quindi riversarsi nella micro-struttura-gruppo classe in cui sarà poi ancor più necessario approfondire il significato del proprio agire in riferimento agli alunni di cui direttamente ci si occupa.

Il “senso” della famiglia

I genitori, di fronte ai rapidi cambiamenti del vivere contemporaneo, hanno difficoltà a realizzare il loro ruolo di educatori. Anche per loro sono venute meno le sicurezze che caratterizzavano i rapporti familiari di un tempo. Da un modello per molti versi rigido, ma rassicurante (padre autoritario, madre custode del focolare domestico, punizioni come deterrente di comportamenti disapprovati) si è passati, sulla scia delle teorie della valorizzazione dell’individuo/bambino e dei suoi bisogni, ad una elevata considerazione del valore della propria prole, peraltro molto preziosa in quanto ridotta numericamente. Da un rigido modello educativo ci si è spostati verso un’esaltazione delle potenzialità, tutte da scoprire, senza tener sufficientemente conto che oggi come ieri un bambino ha bisogno di sicurezza affettiva che passa non solo attraverso un accudimento “affettuoso”, ma anche attraverso una guida ferma, normativa, che non proponga solo dei sì, ma anche dei no. Per inciso questo modello di relazione educativa, che si è venuto affermando all’interno della famiglia, è una delle ragioni delle difficoltà del rapporto con la scuola a cui si è accennato nel paragrafo precedente.
Ne riparliamo in questo contesto, poiché aiutare i ragazzi a scoprire il senso/i del loro agire e i significati del proprio vivere non è solo compito della scuola ma, in primis, compete ai genitori, anche se sovente molti, confusi ed incerti, tendono a delegare agli insegnanti tale responsabilità, salvo poi criticarli quando si pongono come difensori dei loro figli.
In merito possiamo considerare sempre valido quanto afferma B. Bettelheim:

[…] il fine dell’educazione è di dare al proprio figlio gli strumenti che gli consentano in primo luogo di scoprire chi vuole essere, e quindi di diventare una persona contenta di sé e della propria vita. Nostro figlio dovrebbe poter essere in grado di fare nella sua vita quello che a lui sembra importante, desiderabile e degno di essere fatto; di creare con i suoi simili rapporti costruttivi, soddisfacenti, di reciproco arricchimento; e di sopportare le tensioni e le difficoltà che inevitabilmente la vita gli riserverà. Sotto questo punto di vista i genitori non rappresentano semplicemente i primi e più influenti maestri del figlio, sono coloro per mezzo dei quali egli si orienta nella vita; minuto per minuto egli li osserva e li studia per capire che cosa fanno e come lo fanno e con quali sentimenti, sentimenti manifesti, negati o persino rimossi. In tal modo i genitori gli indicano chi essere e come esserlo[…] .

Quindi ancor più per i genitori che per gli insegnanti si tratta di promuovere l’identità del proprio figlio, aiutandolo a capire i sensi delle esperienze, guidandolo verso scelte che lo rendano davvero autentico e felice, aiutandolo a trovare il suo equilibrio, il suo benessere, il suo “significato esistenziale”, senza riversare su di lui la proiezione dei loro desideri sul suo futuro. In effetti, nel prefigurare il suo destino di adulto, i genitori hanno la maggiore responsabilità; compete loro di aiutare i figli a scoprire, valorizzare i propri talenti e saperli tradurre in una scelta di vita soddisfacente. Se, ad esempio, il lavoro (purtroppo oggi prospettiva sempre più distante e incerta), è la condizione primaria per un’esistenza serena e dignitosa (unitamente a una vita affettiva appagante), sarà ugualmente rilevante, ugualmente dignitoso il lavoro del panettiere o quello del calciatore, se entrambi i percorsi professionali realizzano il “proprio senso”, il proprio significato esistenziale. Non potrebbe che essere così: il lavoro occupa uno spazio temporale ampio nella vita di una persona, consente di soddisfare non solo i bisogni primari, ma anche quelli secondari relativi a propri interessi personali, al bisogno di autorealizzazione sociale e culturale. Il lavoro di qualsiasi genere, svolto con responsabilità, consapevolezza e partecipazione, favorisce l’affermazione di sé e della propria identità, contribuisce al contempo al funzionamento generale della società e al benessere comune. Realizza il passaggio da una dimensione autocentrata ad una apertura nei confronti degli altri e del mondo.
Pensiamo che in tal senso possa essere interpretato il passo del brano di Bettelheim che abbiamo riportato a inizio capitolo là dove dice:

Per trovare un significato più profondo, bisogna diventare capaci di trascendere gli angusti confini di un’esistenza egocentrica e credere di poter dare un importante contributo alla vita, se non subito almeno in un futuro più o meno lontano[…].

È perciò compito dei genitori, da un lato, che siano attenti alle reali possibilità di “successo” dei loro figli per evitare che essi scoprano troppo tardi di aver sbagliato strada (studi, aspettative, relazioni, lavoro…) e così tardi da non potere più tornare indietro; dall’altro, che essi stessi esercitino il proprio senso critico per sottrarsi alla seduzione dei modelli di facile riuscita, sostenendo e incentivando scelte enfatizzate dai media (denaro, prestigio e visibilità sociale…).
L’adesione a questi modelli è tanto più forte se la scuola, la famiglia, non hanno saputo confermare il senso di sé, la consapevolezza delle proprie capacità, ma, al contrario, hanno trasmesso al bambino la logica del successo, presentando il mondo come un campo di battaglia in cui vincere è l’unico modo per farcela, riducendo la motivazione per i propri sforzi all’affermazione di se stessi contro o a scapito degli altri.
Non si tratta, però, solo di svolgere un lavoro soddisfacente, adeguato alle proprie capacità, ma occorre anche di “farlo bene”, nel modo migliore, con i tempi “giusti”. In proposito attingiamo al testo di Michael Ende, Momo, e a quanto dice, rispetto ai di lavori umili e poco valorizzati, Beppo Spazzino, l’amico della bimba protagonista del romanzo, in lotta contro “gli uomini grigi” che rubano il tempo agli umani:

Vedi, Momo… è così: certe volte si ha davanti una strada lunghissima. Si crede che è troppo lunga; che mai si potrà finire […]. E allora si comincia a fare in fretta. E sempre più in fretta. E ogni volta che alzi gli occhi vedi che la fatica non è diventata di meno. E ti sforzi ancora di più e ti viene la paura e alla fine resti senza fiato […] e non ce la fai più […] e la strada sta sempre là davanti. Non è così che si deve fare […]. Non si deve mai pensare alla strada tutta in una volta, tutta intera… si deve soltanto pensare al prossimo passo, al prossimo respiro, al prossimo colpo di scopa. Sempre soltanto al gesto che viene dopo […]. Allora c’è soddisfazione; questo è importante, perché allora si fa bene il lavoro. Così deve essere […]. E di colpo uno si accorge che, passo dopo passo, ha fatto tutta la strada. Non si sa come […] e non si è senza respiro .

“Il senso” del piano dell’ Offerta Formativa 

Ritornando al discorso riguardante la scuola, cerchiamo di capire come essa possa porsi come agente di “costruzione e condivisione di sensi e significati”.
Innanzitutto va sottolineata la necessità che tale processo avvenga nella reciprocità, poiché ricercare significati riguarda l’alunno come l’insegnante, essendo l’uno e l’altro immancabilmente coinvolti in una relazione “reciprocamente risonante”. La “vicinanza”, la conoscenza, l’attenzione che transitano dall’uno all’altro, aiutano a condividere sensi e significati.
Come dice Melazzini, i significati non possono essere imposti, ma devono essere condivisi da alunni e insegnanti. Ciò comporta che il docente nella relazione e nella didattica possa

[…] accogliere i silenzi, i veti, ma anche gli indizi, i suggerimenti, gli orientamenti da parte degli alunni, pena la perdita, appunto, della significanza. … partendo dalla sfera dell’identità personale, del corpo, delle emozioni e avventurandosi gradualmente nella sfera più grande, quella del mondo esterno, alla cui significanza dovrebbero concorrere tutte le discipline […] .

In definitiva, gli insegnanti dovrebbero costruire un “curricolo essenziale”, che consenta di realizzare l’acquisizione dei saperi fondamentali, di aiutare il bambino a riflettere sulla propria vita emotiva, di ricercare insieme, docente/allievo, ciò che è veramente importante: lo star bene con sé e con gli altri, la ricerca del senso del proprio vivere, secondo le capacità che a età diverse si hanno.
Pertanto, in relazione a tali considerazioni, occorrerebbe che nel definire il P.O.F si tenesse conto di alcuni criteri indispensabili per cogliere l’essenziale. Esemplificando, occorrerebbe porsi alcune domande:
• c’è coerenza interna tra le scelte organizzative, didattiche, disciplinari effettuate? Le finalità e le scelte vengono ben esplicitate?
• gli insegnanti ne sono tutti consapevoli? Come verificarne comprensione, accettazione, partecipazione? (a volte il collegio docenti sembra condividere scelte di fondo, cogliendo appieno il senso del progetto educativo, ma nella realtà tale adesione è solo formale);
• quanto e come il dirigente può contribuire, coordinando gruppi e commissioni, a “cucire” i vari pezzi di senso dell’organizzazione in modo che abbiano un significato unitario?
• come aiutare gli insegnanti in ingresso a conoscere e condividere i “sensi” individuati?
• come coinvolgere i genitori nella comprensione e accettazione del progetto della scuola?
Ovviamente accanto alla definizione della macro-organizzazione, che nel POF trova la sua esplicitazione, vi è poi la realtà della micro-organizzazione, in cui trasferire sensi e significati in un curricolo specifico per quella classe, per quei ragazzi, per il singolo e per il gruppo, ponendo attenzione:
– alla relazione con l’alunno e tra gli alunni;
– ad un intervento didattico che si attui mediante un approccio esperenziale, relativamente alle varie età, su cui crescano i saperi;
– al benessere dell’alunno considerato nella sua unitarietà e complessità psicoevolutiva: bisogni, emozioni, processi conoscitivi.
Quando tutto ciò non viene considerato si corre il rischio di frantumare l’identità dell’allievo; ad esempio, quando la valutazione dei risultati dell’apprendimento, si basa esclusivamente sul compito, non sul percorso, non sulle strategie cognitive adottate; quando, relativamente al suo comportamento, l’alunno viene incasellato in categorie che non ne comprendono i diversi aspetti di personalità (“Mario è cattivo”, “Luigi è lento”…), determinando proprio quella pericolosa scissione dei tre aspetti della personalità considerati da Bettelheim come inscindibili: immaginazione, emozione e intelletto.

Da Rosa Armocida e Elvio Mattalia, A scuola contromano, Armando Editore

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