IL BISOGNO DI RELAZIONI “SUFFICIENTEMENTE BUONE”: Essere alla giusta distanza (2)

di Rosa Armocida ed Elvio Mattalia
Ricordiamo quanto s’è detto relativamente ai tanti insegnanti cui “piacciono le materie scolastiche e non i loro alunni”. Con tale affermazione ci si riferiva ai docenti più interessati a trasmettere solo informazioni, le materie scolastiche così come le hanno studiate, apprese, piuttosto che accompagnarli nella personale realizzazione di se stessi, oltre che nell’acquisizione dei contenuti disciplinari. Perché ciò accada essi, oltre ad essere competenti, devono porsi alla “giusta distanza” emotiva rispetto ai loro alunni. Devono stabilire una relazione equilibrata tra “vicinanza e lontananza” secondo un’espressione di Winnicott riferita alla relazione madre-bambino: non essere troppo vicini, né troppo lontani, affiancarli quando necessario per accoglierne i bisogni, per rassicurarli ed incoraggiarli, allontanarsi quando hanno dentro di sé le risorse per procedere in autonomia.
Come una madre troppo presente ed intrusiva, che tende ad anticipare desideri e bisogni, un insegnante “invadente”, che non sa rispettare i suoi allievi, può impedire, rallentare, rendere faticoso lo sviluppo.
Rileva Giorgio Blandino:

Allo stesso modo, come una madre troppo lontana induce angosce di abbandono e separazione e quindi favorisce… lo sviluppo di un falso Sé, così un docente incapace di un contatto emotivo e empatico profondo con i propri allievi farà insorgere il sentimento di essere lasciati soli, indurrà paura e non contribuirà ad aiutarli a costruire un solido senso di Sé sotto forma di fiducia nelle proprie capacità di apprendere, crescere e auto correggersi .

Si tratta, compito non facile, di creare nella relazione educativa l’alternanza di momenti di contatto e di distacco che contribuiscono a delineare i confini del Sé, acquisendo consapevolezza di ciò che rende unici, distinti e distinguibili dagli altri, costruendo, quindi, fondamentali sentimenti di autenticità.

[…] Un docente che promuovesse l’imitazione e la ripetizione piuttosto che la capacità di differenziarsi, è come una mamma che impedisce al bambino di emanciparsi e quindi di svilupparsi: in una parola una figura di patologica . (G. Blandino, «Le vicende del sé nella rete comunicazionale», in Scuolaviva)

Certo questi toni sono forti; ma del resto non possiamo negare, di fronte a insegnanti inadeguati con scarse capacità empatiche e relazionali (o troppo lontani o troppo invischiati), di aver detto: “Purché a danni non si aggiungano danni”, riferendoci particolarmente ai bambini e ai ragazzi provenienti da contesti familiari problematici con la loro più o meno mascherata dose di sofferenza, incertezza, confusione, che la scuola non ha saputo accogliere ed aiutare. E quante altre volte abbiamo riscontrato che molti bambini, sereni nel loro ambiente familiare, hanno manifestato disagi e malesseri (es: pavor nocturnus, ansia da prestazione, rifiuto della scuola, isolamento dal gruppo…) provocati da situazioni scolastiche frustranti, conseguenti a un cattivo rapporto con gli insegnanti.
Ora, se porsi alla giusta distanza per assecondare crescita ed autonomia non è un comportamento immediato, poiché richiede conoscenza dei propri alunni e disponibilità ad entrare in relazione con individualità diverse e in evoluzione, diventa ancora più difficile con ragazzi in fase preadolescenziale ed adolescenziale, quando, supponendo siano intellettualmente pronti per apprendimenti più sistematici, più capaci di sopportare la fatica dello studio, di regolare il proprio impegno in vista dei risultati da raggiungere, si tende, ancora una volta, a privilegiare il programma da svolgere. Eppure se ci si ponesse davvero in ascolto, se si andasse oltre le apparenze, si scoprirebbe quanto nella realtà siano piuttosto fragili, poiché sono alla ricerca di definizione del proprio “status di passaggio dal bambino all’adulto”; passaggio caratterizzato dal confronto con i pari e dal bisogno di solitudine, dalla scoperta della propria sessualità in rapporto all’altro, dalla maggiore capacità di impegno cognitivo a fronte di turbolenze emotive, dal confronto difficile tra norme e spazi personali. Un passaggio, quindi, per nulla lineare (ed oggi sempre più prolungato) durante il quale la complessità dei vissuti viene mascherata da una apparente sicurezza. Si pongono nei confronti degli adulti come se potessero farne a meno, mentre socializzano ampiamente e facilmente con il gruppo dei pari (con internet, facebook, telefonino…), e si impongono allo stesso tempo alla loro attenzione, affermando la propria individuale personalità attraverso l’esibizione di tatuaggi, piercing, capigliature spettacolari, abbigliamento fuori dai consueti canoni estetici e, soprattutto, con la voglia e la ricerca di originalità e creatività (musica, teatro, sport…).

Pietropolli Charmet nel suo libro Fragile e spavaldo ce ne offre una descrizione definendoli appunto “fragili e spavaldi”:

[…] sono spavaldi interiormente… La loro è una supponenza non troppo tracotante, un’indifferenza senza disprezzo, il culto della propria persona in spregio alla deferenza attesa dagli adulti trasformati in spettatori… Si tratta di un’operazione mentale che ha l’esito di sminuire l’importanza delle istituzioni o persone che di solito ne avrebbero molta, e che sono invece costrette a fare i conti con questa perdita di fascino, credibilità e soprattutto di potere simbolico […].
[…] Gli adolescenti di oggi hanno sdoganato il narcisismo […]

Tuttavia

[…] il bisogno di curare la loro bellezza li rende permalosi, esposti al rischio di sentirsi poco apprezzati… quindi fragili perché esposti alla delusione del divario tra aspettative di riconoscimento e trattamento reale da parte di insegnanti, coetanei, genitori. Fragili perché addolorati dall’umiliazione e dal rischio di doversi troppo spesso vergognare del proprio corpo e della propria, a volte irrimediabile, invisibilità sociale […] .

Recuperare il valore simbolico di adulti autorevoli nella situazione descritta, richiede ai docenti un’accoglienza senza pregiudizi svalutativi, di essere “vicini” alla “cultura generazionale adolescenziale”, rispettandola, interpretando i loro messaggi, senza peraltro rinunciare al ruolo di adulto competente, che sa proporre contenuti e saperi, che appartengono al passato, ma possono vivificare il presente, consentendone la comprensione.
Sempre Pietropolli Charmet nello stesso testo ci dice che insegnanti appassionati, che amano le loro materie, curiosi ma non intrusivi nei confronti dei loro giovani allievi, possano riuscire ad interessarli, a motivarli, ad avere fiducia e a sentirsi in relazione col mondo adulto.

Brano tratto dal libro di Rosa Armocida e Elvio Mattalia, Scuola Contromano – Armando Editore

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