Il tempo pieno oggi

di Rosa Armocida

La richiesta del collegio docenti del circolo di Collegno di intervenire sul tema dell’insegnare/imparare a vivere include anche, e giustamente, l’approfondimento del funzionamento del “tempo pieno ” quale modello pedagogico e didattico (in questo circolo tutte le classi funzionano a tempo pieno), per comprendere se e come risponde, oggi, alle esigenze dei nostri alunni. In altre parole quanto rimane valido?
Per rispondere partiamo quindi dall’assunto che per un insegnamento/apprendimento efficace occorra disporre di tempi distesi. Il tempo pieno è il modello che a nostro avviso meglio vi risponde.
Sappiamo tutti cos’è: due insegnanti per una classe con 22 ore ciascuno di insegnamento, quaranta ore di frequenza per gli alunni distribuiti su cinque giorni dal lunedì al venerdì, quattro ore di compresenza. Ma forse non tutti sanno, soprattutto gli insegnanti più giovani, quanta cultura psicopedagogica vi fosse alle origini.

Il tempo pieno nacque in modo sperimentale e “spontaneo”, a partire al 1968, in alcune città come Bologna e Torino. Così come era stato ideato, sperimentato, e accolto dalla legge 820 del 1971, accoglieva l’esigenza di rinnovamento sociale e culturale della società, proponendo una alfabetizzazione più articolata e disciplinarmente più approfondita.
Dietro c’era molta cultura psicopedagogica, dicevamo. Dewey, Freinet, Piaget, Wygotskij, Mario Lodi, Bruno Ciari, Lorenzo Milani, Francesco DeBartolomeis…solo alcuni nomi.
La scuola doveva essere ATTIVA e APERTA alla società; al centro il bambino con i suoi bisogni, interessi, attitudini. La didattica si rinnovava di conseguenza; ogni aula era un insieme di laboratori.

Possiamo parlare per esperienza diretta. Nelle nostre classi vi era l’angolo della pittura, quello della ricerca scientifica e ambientale, della stampa. Attingevamo alle “tecniche” di Bruno Ciari, alla “tipografia in classe “di Celestin Freinet. Pubblicavamo un giornalino e corrispondevamo con altre classi di un’altra regione. In questo modo raccontavamo le nostre esperienze: le gite, le uscite, le interviste, le canzoni inventate….
Sopperivamo alla carenza di materiali didattici trovando soluzioni alternative; la stampa a caratteri veniva sostituita da modesti timbri o dal limografo; l’insiemistica la si faceva utilizzando ogni genere di materiali di recupero. Le pareti delle aule e dei corridoi erano tappezzate di pitture, cartelloni, elaborati. In ogni modo si cercava di INTERESSARE e MOTIVARE ad APPRENDERE. Tutte le discipline dovevano essere raccordate. INTERDISCIPLINARIETA’ era una parola d’ordine e costituiva un impegno per i due docenti di classe.

La compresenza, la preziosa compresenza, era dedicata al lavoro di gruppo, alla ricerca ma anche all’intervento individualizzato con i bambini più bisognosi. I banchi erano “mobili”. Per lo più a gruppi, a volte in cerchio, raramente per file. L’aula era dotata di una libreria e i tempi d’attesa tra un lavoro e l’altro erano occupati dalla lettura individuale o dalla compilazione di schede di rinforzo. Tutto il progetto si reggeva sulla collaborazione i tra i due insegnanti, sulla progettazione comune.

Un progetto “costoso” per l’istituzione scolastica: due insegnanti su una classe sicuramente costituiscono una spesa rilevante. Questo è certamente uno motivi per cui il tempo pieno non si è generalizzato. Ovviamente si apportavano altre motivazioni. Il tempo pieno, si diceva, sottrae i figli alle famiglie e al loro ruolo educativo. Essi vengono precocemente assimilati agli operai in fabbrica con le otto ore di frequenza obbligatoria.
Insomma vi furono non poche battaglie per aumentarne il numero e per soddisfare legittime esigenze di una lunga copertura giornaliera di bambini i cui genitori erano impiegati nel lavoro. Ma ancora oggi il numero di posti a tempo pieno è contingentato ed è lontano anni luce dalla sua generalizzazione.

E’ un problema di costi come si diceva? o c’è dell’altro? Cosa è successo nel tempo al progetto originario?
Possiamo esprimerci per esperienza personale. Quindi riferiamo ciò che abbiamo constatato nei nostri anni come insegnanti e dirigenti scolastici, ma non per questo vogliamo generalizzate.

Il tempo pieno in moltissime situazioni ha perso la memoria delle sue fondamenta culturali. Gli insegnanti procedono senza raccordo, è venuta a mancare la progettazione comune e l’‘interdisciplinarità. Allora si faceva in modo che vi fossero nuclei tematici comuni che potevano essere analizzati con l’apporto di diverse discipline. Si tendeva a problematizzare l’apprendimento ancorandolo ad esperienze “vive”, coinvolgenti e motivanti.

Certo i bambini di oggi non sono quelli degli anni ’70, ’80, forse neanche quelli del 2000. Sono molto stimolati, anche troppo, e spesso già annoiati se non sollecitati in continuazione con nuove proposte.
Ma è ciò di cui hanno bisogno? Hanno bisogno di transitare velocemente da una attività all’altra o di recuperare la dimensione della lentezza per sviluppare un pensiero argomentativo, creativo, divergente? Forse il tempo pieno va riformulato e non riempito di tanti micro progetti per soddisfare la fame “bulimica” della nostra società, che coinvolge inevitabilmente i nostri bambini e ragazzi.

Certo, le proposte didattiche di un tempo possono non essere le più adatte per una società ormai digitalizzata e multimediale in buona parte. E tuttavia pensiamo che la variabile tempo nei processi d’apprendimento sia fondamentale.

Ogni bambino è dotato di talenti e di intelligenze multiple. Alcune sono dominanti, altre meno. Solo il tempo può aiutarlo a conoscersi e a sperimentarsi. Il tempo e il confronto con gli altri. Ed anche per quest’ultimo aspetto ci va tempo. Il tempo per discutere insieme, il tempo per commentare il lavoro di un altro, il tempo per ascoltare un bel racconto, quello per essere ascoltati, per rimanere in solitudine quando se ne ha voglia, per lavorare con altri, per usare i mezzi tecnologici quando aiutano la comprensione e, perché no?, velocizzano certi apprendimenti…
Bene, è chiaro che noi optiamo per tale modello, sebbene ne proponiamo una correzione in termini organizzativi.
Il nostro modello prevede 38 ore per tutti gli ordini, a partire dalla scuola dell’infanzia, con un giorno, il mercoledì, fino alle 14 ed il sabato libero. Un quasi tempo pieno, per venire incontro alle esigenza sempre più sentita di praticare altre attività extrascolastiche, di poter avvalersi dei servizi territoriali a seconda delle necessità, sempre che alle famiglie sia consentito di potersi assentare dal lavoro.
Rimane però fondamentale ancorarsi a precisi presupposti psicopedagogici; occorre un progetto educativo rinnovato che dia centralità al bambino e ai ragazzi di oggi, definiti, non sappiamo quanto in modo pertinente, ora “tecnologici”, ora “digitali”, ma non dimentichiamo che sono sempre bambini e ragazzi che non vanno precocemente “adultizzati”.
La nostra è solo una proposta, che difficilmente potrà avere esito.
Nel frattempo riempiamo di contenuti e utilizziamo il “tempo” nel migliore dei modi.

Incontro del 24 febbraio 2016 – Collegno, circolo didattico Calvino
(La tematica di questo intervento ci è stata proposta  dal Collegio Docenti)

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