Quella prima volta che sono entrata in ArsDiapason…

di Emilia de Rienzo

Tante volte, frequentando associazioni, ambulatori, servizi di territorio, mi sono chiesta come mai questi ambienti, finalizzati alla cura e alla ricerca del benessere della persona in difficoltà, fossero molto spesso così asettici e anonimi, a volte addirittura tristi e comunque luoghi dove, chi dovrebbe sentirsi accolto, si sente invece, spesso, respinto o quanto meno impaurito.
Non è stato così quando sono entrata per la prima volta nella sede di Diapason per un incontro.
Mi sono trovata dentro una “casa”, un’abitazione dove ogni stanza aveva la sua peculiarità. Credevo di aver sbagliato. Invece, era il posto giusto.
E quello stile così personale e, proprio per questo motivo, così accogliente, si è rivelato non solo un aspetto esteriore, puramente estetico, ma un elemento sostanziale dello spirito di questa associazione: chi entra nel centro deve sentirsi a suo agio, deve sentirsi accolto, non deve percepire quella distanza che è tipica di tutti gli studi professionali.
Diapason è “abitato” da professionisti che prima di tutto si sentono persone che incontrano altre persone siano esse degli altri professionisti, dei ragazzi handicappati o problematici o dei genitori.
Un luogo, quindi, dove chi si siede e aspetta, senta che, finalmente, in quel posto è possibile trovare qualcuno che gli darà ascolto, che lo aiuterà a trovare la strada, il coraggio per affrontare i propri problemi, dove possa esplicitare i propri dubbi e le proprie paure.
Ho sentito che quello avrebbe dovuto diventare il modello di “casa” dove passa chi ha dei problemi, chi deve imparare, chi ha bisogno di incontrarsi per “fare”, per “parlare” e per confrontarsi.
E parlo di casa per cogliere quel senso di intimità, di calore che solo riescono a dar voce ai sentimenti, alle paure, ai propri bisogni o problemi. Non si dovrebbero creare delle barriere ancor prima di aver cominciato ad “ascoltare”.
Quel giorno, dunque, andavo a Diapason per un incontro, per sentire parlare e discutere di quei problemi che la mia professione di insegnante mi poneva.
Ero, in verità, scettica perché delusa da altre esperienze.
Ma per la prima volta non ho sentito “recitare” i soliti discorsi, le solite teorie; per la prima volta non ho percepito che qualcuno mi volesse “insegnare qualcosa” senza lasciare spazio al dialogo.
In quella sede abbiamo parlato, messo a fuoco problematiche comuni, cercato punti di contatto.
L’insegnante parlava allo psicologo, lo psicologo all’insegnante, insieme ci si confrontava con l’assistente sociale e con l’educatore e così via.
Tutti insieme, operatori di territorio, discutevamo di come affrontare i bisogni, le richieste, il disagio le problematiche di coloro su cui ricadeva la nostra azione.
Era un gruppo di lavoro dove le teorie si confrontavano con l’esperienza quotidiana.
L’apparato concettuale che ci guidava non era ad indirizzo “chiuso”, ma aperto sempre a nuove acquisizioni, a nuovi adattamenti ideologici a seconda del contesto di realtà in cui si operava, a seconde delle diverse esperienze.
E ciò che risultava per me particolarmente interessante e stimolante era il lavoro tra professionisti diversi che di per sé impone l’interdisciplinarietà, l’uscita dal proprio specifico, per collegarsi allo specifico di altri e trovare i punti di intersezione, per uscire da quella contrapposizione che ancora troppo spesso contraddistingue chi opera in campi professionali diversi: le diversità, invece di escludersi a vicenda, si interrogano per integrarsi e arricchire di contributi nuovi nella consapevolezza che per la comprensione di fenomeni a volte complessi ci vuole l’apporto di tutti nelle loro varie competenze.
Solo così l’individuo, bambino o adulto che sia, possono ritrovare la propria dignità di persona.
Intanto, mentre si discuteva, non potevo fare a meno di osservare i muri che mi circondavano: onde blu, raggi di sole erano dipinti sulla parete: luce e movimento che combinati insieme stimolano il cambiamento che solo può dare consistenza alla speranza.
Ed ho ricordato il momento in cui per la prima volta ho incontrato la dottoressa De Leo.
Le portavo mio figlio che avevo appena adottato: un bambino di quattro anni per cui non mi avevano dato molte speranze per la sua particolare situazione psicologica.
Lei mi aveva detto una frase molto semplice che mi aveva aiutato a partire per quella che si sarebbe rivelata una grande avventura: “Qualcosa c’è sempre da fare”.
Era un punto di partenza metodologico molto semplice, ma che conosce l’estrema profondità della semplicità.
Abbiamo lavorato per anni con questa speranza.
Qualcosa c’era sempre da fare e in questo operare quotidiano e costante c’era tutta la creatività che bisogna metterci per trovare quel “che cosa”.
Oggi so che Diapason è davvero diventato il luogo dove si ricerca quel “che cosa” si può fare, dove si elaborano e mettono in pratica progetti per chi sembra agli occhi di tanti non avere più speranze di poter vivere una vita il più possibile normale.

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