Cronaca semiseria dalla piazza del PD

Di Andrea Di Maio

Sono andato alla manifestazione del PD a Piazza del Popolo a Roma, perché un membro anziano della famiglia me lo ha gentilmente chiesto e… diciamocelo: anche per un po’ di curiosità antropologica.
L’ultima volta che partecipai ad un raduno del Partito Democratico fu nel 2008, quando c’era Veltroni.
Allora il nemico era B, il Male assoluto! Mi ricordo anche, nel 2008, l’orgoglio di sentirmi dalla parte giusta della società italiana rispetto agli elettori medi del centrodestra, considerati da molti un coacervo di arrampicatori sociali, evasori, mafiosi, coatti col SUV e, orrore, senza libri in casa!
Quel tipo di persone che, quando è all’estero, l’elettore di sinistra fa talvolta finta, o si vergogna, di riconoscere come connazionale.
Sono un ex elettore del PCI-PDS-DS-PD e, a scanso di fraintendimenti, mi affretto subito a dichiarare il mio avvenuto distacco dalla sinistra politica di questo Paese (ché quella ideale e sociale è un altra faccenda).
Sinistra politica (quella rappresentata in Parlamento, per intenderci) che adesso considero, per un verso o per un altro, uno dei principali ostacoli ad un esito pacifico di questa crisi.
Un giudizio molto netto che andrebbe argomentato, me ne rendo conto, anche perché da anni la confusione sull’uso che viene fatto, nel dibattito pubblico, di una quantità di termini quali: “destra”, “sinistra”, “democrazia”, “popolo”, “sovranità”, “libertà”, “lavoro”, “diritti”, “liberale”, “socialista” e via dicendo dipende molto da quale stampa ciascuno di noi legge.
Andrebbe argomentato, ma non è questa, credo, la sede *.
Un giudizio netto, inoltre, che cozza frontalmente con l’immagine di dirittura morale che fino ad una decina di anni fa questo popolo di militanti e attivisti offriva ai miei occhi, pur con tutte le critiche che già allora avrei potuto esprimere.
Comunque, il distacco adesso è compiuto, il lutto elaborato e un leggero astio è stato sostituito, almeno ieri, da una certa curiosità: “Ma sì! Andiamo un po’ a vedere come sono diventati questi militanti e come si muovono in quello che ricordo essere il loro ambiente (che poi era anche il mio): quello dei girotondi, delle famiglie in piazza, degli arcobaleni, di Bella Ciao e degli stendardi dell’ANPI”.
Per questa trasferta ho sollecitato compagnia presso qualcuna delle molte persone che mi circondano e che hanno espresso, a voce o sui social, una viva e vibrante paura per quella che definiscono “La deriva fascista e razzista” del nostro Paese.
Ma stranamente, proprio oggi, pareva che avessero tutti yoga. Quindi vado da solo.
Parcheggio oltre al Tevere e mi avvicino a piedi.

Davanti al Ministero della Marina c’è una fila di pullman parcheggiati provenienti in gran parte da Toscana, Marche ed Emilia e poi, oltre piazzale Flaminio, la Porta del Popolo, quella dalla quale per secoli entravano i “barbari” dal nord e, dietro ad essa, la Piazza.

Abbastanza piena, devo dire.

Paragonando il ricordo delle 800 reclute del mio battaglione schierate sul piazzale della caserma del CAR a Como, direi che la piazza, tra vuoti e pieni, ne avrà contenuti attorno ai 20.000, con alcune centinaia di bandiere del PD accoppiate con quelle blu stellate della UE.

Ecco: questa delle bandiere azzurre, rispetto al 2008, è una novità: allora, l’appartenenza ad un ente sovranazionale, di assai dubbia democraticità in quanto “posto al riparo dal processo elettorale” (cit. Monti, 2012),  non veniva ancora esibita così orgogliosamente, come distintivo.

Il palco sotto alla terrazza del Pincio recita: “PER L’ITALIA CHE NON HA PAURA”.

Le persone in piazza hanno le stesse facce pulite che contraddistinguono l’ambiente sociale cui sono abituato fin dall’infanzia più remota.

Quel misto di intellettuali, professori di liceo, ricercatori, pensionati bolognesi, segretari di sezione a Prato, tramvieri romani, studenti a Roma3, consiglieri comunali… e poi attori teatrali, accademici, artisti, frequentatori di negozi BIO o di “Centri Natura”, belle signore abbronzate di ritorno dal Nepal che scambiano impressioni con altre belle signore abbronzate di ritorno dalla Patagonia, visitatori del vicino “Museo della Scienza per l’infanzia”, qualche immigrato di colore che vende qualcosa di “equo e solidale” che in molti si affrettano a comperare…

Insomma: la società civile che ancora dispone di un reddito che ritiene certo e sicuro.
Tranquilla perché civile, ma soprattutto civile perché (ancora) tranquilla.
Sul Palco i big del partito: Martina, Gentiloni, Zingaretti, Minniti e successivamente Renzi, i quali giurano che “la sinistra ripartirà da qui”, da “Questa piazza”, da queste “Belle facce”, dai “Giovani che sono il futuro”, dal “Coraggio delle sfide della modernità”, “La soluzione non è tornare agli anni ’80”, “Non cedere alla paura”, “Il mondo è cambiato”, “Non dobbiamo essere un argine al populismo, ma un fiume che porta Cultura, Scienza e Civiltà”.
Nessuna analisi, mi pare, sul perché hanno perso le ultime consultazioni. Anzi, sì: la colpa, secondo Renzi, è della paura che Salvini avrebbe sparso a piene mani e contro la quale essi “faranno argine”.
Tra i commenti colti qua e là, lo spiegone di un signore che sembrava un segretario di circolo marchigiano ad un turista di lingua ispanica:
“Stiamo protestando contro la politica economica di questo governo che ci porterà nel baratro!”.
“Ah! Y porque?”
“Troppo debito! I mercati ci puniranno!”.
Punto. Finito lo spiegone “macroeconomico” sulla diagnosi/terapia della crisi. Peraltro l’unico che sono riuscito a intendere.

“Intanto che aspettiamo che i mercati ci puniscano – confesso di aver pensato – qualcun altro ha punito voi“.
Sono questi gli eredi di quelli che nel ’44 salirono in montagna? Dubito che con questo po’ po’ di schiene dritte, dalla faccia pulita, ma tremanti per lo spread, l’Italia possa combinare qualcosa.
Soprattutto i ragazzi trentenni mi fanno una gran tenerezza; e forse anche un po’ pena.
Chissà quanti di loro avranno una o due lauree, magari un master. Mi immagino che molti di essi facciano tirocini gratuiti lavorando nel contempo in qualche pizzeria, ma… attenzione: preoccupati per la borsa che scende e per ciò che diranno i mercati internazionali domattina. Poveracci…
Mi ricordo che già al liceo, da iscritto alla FGCI nei primi anni ’70, avevo notato che la sinistra e i suoi intellettuali avevano qualche tic, qualche difficoltà pavloviana col concetto di Sovranità Nazionale.
Parlavano, se proprio dovevano, in termini di Sovranità Costituzionale, di Sovranità Democratica, di Sovranità Popolare, usavano tutte le variazioni semantiche per usare il meno possibile l’aggettivo “Nazionale”, in quanto roba vagamente da fascisti.
Quasi nessuno che mettesse in relazione di dipendenza reciproca la Sovranità Popolare e quindi Democratica con la necessità che un popolo esista e che esso costituisca, pur nel conflitto tra diversi corpi sociali, una comunità di parlanti la medesima lingua, figli e artefici della medesima conflittualissima Storia e per questo disposti, pur con tutti i limiti e differenze che dividono Bergamaschi e Crotonesi, per dire, (o ricchi e poveri, se preferite) ad esprimere un qualche vago sentimento di solidarietà… nazionale, appunto **.
Strano!… -mi dicevo- Si sdilinquiscono sul Patria o Muerte! ma solo se a dirlo sono i cubani. Sono per l’autodeterminazione dei popoli, ma solo se si tratta dei mozambicani o dei cileni. Si fanno venire i lucciconi per l’indipendenza dei vietnamiti e dei somali, ma guai se ad autodeterminarsi vogliono essere gli italiani ***.

“Noi siamo fuscelli nella tempesta e per competere con le potenze emergenti dobbiamo unirci in un grande stato”, dicono.
Parola marker: Competere.

A tutto questo pensavo quando dal palco Maurizio Martina, l’attuale segretario,  ha iniziato ad argomentare  l’interessante idea (interessante soprattutto dopo aver ascoltatato l’inno di Mameli) secondo la quale “la sovranità è solo quella Europea perché quella Italiana è un controsenso”.

Ho fatto finta di non sentire questo concetto perché in fondo voglio bene a questa gente, ma mi sono improvvisamente ricordato che anche io avevo yoga e, preferendo non assistere al loro prossimo schianto, me ne sono tornato a casa.

o-o-o

*Giudizio sostanzialmente legato all’adozione della Moneta Unica. Keynes sosteneva che l’adozione di un cambio valutario fisso produce effetti fortemente redistributivi (verso l’alto) della ricchezza, obbligando in modo automatico il paese che lo adotta a politiche di compressione dei salari. Un conflitto distributivo tra lavoratori e redditieri a totale vantaggio di questi ultimi assimilabile ad una guerra civile.

**I concetti di Sovranità Nazionale e Sovranità Popolare sono sovrapponibili solo se “la sovranità appartiene al Popolo“. Nel caso dell’Italia odierna il recupero della Sovranità Nazionale coincide col recupero della sovranità popolare e quindi democratica. Il rientro della  Banca centrale sotto il controllo politico del  Governo è considerato, dai cosiddetti sovranisti, sia a destra che a sinistra, il fulcro di questa riappropriazione di Democrazia.

***Ovviamente nessun giudizio teso a sminuire l’importanza delle lotte di liberazione di popoli che sono stati selvaggiamente colonizzati, talvolta anche dal nostro Stato. Qui si intende stigmatizzare un processo, quello della riduzione a colonia, che riguarda qualsiasi entità nazionale più debole rispetto ad un’altra più forte. L’attuale  riduzione dell’Italia a colonia ha caratteristiche più sottili e meno appariscenti della mera presenza di basi militari straniere sul nostro territorio che data dal ’45. Il mio pensiero è rivolto alla colonizzazione economica e finanziaria e quindi politica del quale il nostro Paese è attualmente oggetto.

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