La sofferenza non ragiona, sente

di Emilia de Rienzo

Quante volte, per cambiare vita, abbiamo bisogno della vita intera, pensiamo lungamente, prendiamo la rincorsa e poi esitiamo, poi ricominciamo da capo, pensiamo e ripensiamo, ci spostiamo nei solchi del tempo con un movimento circolare, come quei mulinelli di vento che sui campi sollevano polvere, foglie secche, quisquilie, che per molto di più non gli bastano le forze, sarebbe meglio se vivessimo in un paese di tifoni. Ma certe volte una parola basta.

José Saramago, La zattera di pietra

A volte la vita procede quasi non fossimo noi i protagonisti, quasi fossimo sospinti dal vento senza riuscire a prendere veramente mai coscienza di chi siamo veramente. Eppure il desiderio di essere più protagonisti, più consapevoli è vivo in noi, ma tutto scorre e noi procediamo senza afferrare quel tempo che sembra padrone della nostra vita. Che passa, passa senza poterlo fermare un momento. E ci porta via.

Ma può capitare che qualcosa ad un certo punto accada. Spesso alcune situazioni estreme della vita ci inducono ad una nuova attenzione: la morte, la nascita, una separazione, un dolore tanto forte, una delusione, una gioia imprevista. E’ come qualcosa che si frappone fra noi e quel correre della vita che non ci lascia sostare a contemplarla. Qualcosa dentro di noi ci blocca, ci obbliga a lasciare andare tutto ciò che ci dominava. Ci vuole per un attimo più spettatori che attori. Una passività attiva.
E’ così che il nostro sguardo va al di là del “conosciuto”, si ferma a guardare ciò che prima non aveva mai visto, il pensiero esce dai suoi sentieri percorsi fino a quel momento, alla ricerca di qualcosa come attratto da una luce al di là della quale non si sa cosa si possa trovare. E il nostro animo si fa inquieto, errante, attento e vigile, esige un tempo più ampio di quello che abitualmente si concede al transitare della vita. E impara ad aspettare.
E’ spesso il dolore il sentimento che più incide sul nostro cuore, che maggiormente può destabilizzare la nostra esistenza, ma che nello stesso tempo tocca corde che ci permettono di comprendere l’indicibile. La sofferenza ci blocca, ci mette in attesa, aspetta che qualcosa emerga dentro di noi, si faccia strada e ci apra nuovi orizzonti e cammini. La sofferenza non ragiona, sente.

Se col pensiero possiamo conoscere la realtà, è col sentire che possiamo davvero conoscere la nostra realtà più profonda e trovarle un senso. Il dolore sembra essere responsabile spesso di uno sprofondamento, di un annullamento della nostra voglia di vivere.
Ma può essere altro.
Può essere presa di coscienza di qualcosa che prima non sapevamo, può essere apertura verso chi prima ignoravamo, può essere prendere coscienza dei limiti, ma anche di quanto valore abbia la fragilità che ignora la prevaricazione e conosce l’umiltà e l’ascolto.

Occorre un tempo di sospensione, la sospensione di quel tempo che è puro transitare, per tornare a sentire. Si trae fuori dal silenzio ciò che aspettava di trovare la luce. E’ il riscatto del passato che non trova voce perché scavalcato continuamente dall’incedere vertiginoso degli eventi. E’ un movimento di ritorno che ci porterà a guardare da un altro lato, un lato da cui non siamo abituati a guardare la nostra esistenza; è un vuoto di tempo, come quello che si dà nel respiro trattenuto, che ci permette di far rinascere sotto una luce nuova il tempo alle spalle. E’ un nuovo sguardo che ci apre dolcemente alla semplicità e ci aiuta a dare valore senso a molte cose. Il futuro non ha più paura del passato, ma si plasma di esso per trasformarsi.

E improvvisamente sai cosa è importante e cosa no. Sono questi momenti della vita da cui va sgorgando un sapere che “è frutto di lunghi patimenti, di lunga osservazione, che ad un tratto si condensa in un istante di lucida visione, trovando a volte la sua formula adeguata”. (Marìa Zambrano)

Certo che fa male, quando i boccioli si rompono.
Perché dovrebbe altrimenti esitare la primavera?
Perché tutta la nostra bruciante nostalgia
dovrebbe rimanere avvinta nel gelido pallore amaro?
Involucro fu il bocciolo, tutto l’inverno.
Cosa di nuovo ora consuma e spinge?
Certo che fa male, quando i boccioli si rompono,
male a ciò che cresce
male a ciò che racchiude.

Certo che è difficile quando le gocce cadono.
Tremano d’inquietudine pesanti, stanno sospese
si aggrappano al piccolo ramo si gonfiano, scivolano
il peso le trascina e provano ad aggrapparsi.
Difficile essere incerti, timorosi e divisi,
difficile sentire il profondo che trae, che chiama
e lì restare ancora e tremare soltanto
difficile voler stare
e volere cadere.

Allora, quando più niente aiuta
si rompono esultando i boccioli dell’albero,
allora, quando il timore non più trattiene,
cadono scintillando le gocce dal piccolo ramo,
dimenticano la vecchia paura del nuovo
dimenticano l’apprensione del viaggio –
conoscono in un attimo la più grande serenità
riposano in quella fiducia
che crea il mondo.

Karin Maria Boye

3 Risposte a “La sofferenza non ragiona, sente”

  1. Donatella La Tegola dice: Rispondi

    È come se, leggendo queste riflessioni, tu ritrovassi le parole per descrivere quello che senti, quello che pensi ma che non sai esprimere. Capisci che ci sono anime che hanno la tua stessa sensibilitá ma hanno più di te il dono di saper descrivere in maniera meravigliosa quel “dentro” che in te non riesce ad uscire. Una vera scrittrice dell’anima Emilia ♥️

  2. Emi, sottoscrivo appieno il commento precedente. Leggere, oggi, queste tue parole é stato commovente e rinvigorente al tempo stesso, come, spesso, parlare con te. Le tue parole e le letture che puoi porgere in maniera così naturale perché ormai fanno parte di te arricchiscono le mie ore. È come se tu e tutte le anime che hai dentro parlaste proprio con me, di me, alla mia vita… Ed è ciò che fanno i grandi autori, i grandi ‘uomini’ parlano a ciascuno e a tutti perché esprimono l’umano sentire. Sanno descrivere perché sanno sentire, sentirsi e percepire se stessi e gli altri.

  3. Hélène Vogt dice: Rispondi

    Testo profondo e bello, probabilmente scritto da chi il grande dolore ha conosciuto.
    Mi ha fatto tornare alla mente un fatto conosciuto tempo fa.
    In Giappone, quando si rompe un oggetto prezioso si usa un’antica tecnica per ripararlo. Raccolti i cocci lo si ricostruisce pazientemente incollando i pezzi con oro liquido. Non per nascondere le fratture ma per esibirle come segni di pregio. Cicatrici dorate che dovrebbero ricordare all’osservatore silente la fragilità e rinascita possibile di ogni cosa.
    Ciò vale anche per le persone.
    Come scrive l’autrice, il grande dolore può portare il “nostro sguardo al di là del conosciuto “ e ridare senso alla vita.
    Hélène Vogt

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