Muoiono solo anziani e malati…

di Emilia de Rienzo

“Muoiono solo anziani e malati”, così  hanno cominciato a rassicurare la gente quando si è affacciata alla finestra del nostro mondo la minaccia di un virus che stava attaccando la nostra società e metteva in pericolo la nostra salute, la nostra stessa vita.

“È una semplice influenza”, “sono tutti in paranoia”, hanno aggiunto e ci hanno tranquillizzato tutti, dai politici agli specialisti. E noi a seguirli connessi ad un computer o davanti ad uno schermo. Le stesse parole ripetute all’infinito,  tutti bravi a creare paure come a sedarle. Pochi fuori dal coro.

Ed è facile raccogliere queste rassicurazioni di fronte ad un pericolo tanto minaccioso ed è successo che almeno per un istante, abbiamo considerato una cosa normale che potevamo stare tranquilli perché quel virus che, arrivava dalla Cina, colpiva solo chi aveva vissuto abbastanza o già era malato e fragile.

“Muoiono solo anziani e malati” , è normale, accettabile e non ci siamo accorti che di normale non c’era proprio nulla, che chiunque, soprattutto chi è più  fragile, in una società dal volto umano deve essere difeso, curato: è un diritto in una società che voglia dirsi democratica.

L’abitudine, l’assuefazione ci fa accettare tutto. La tecnica retorica della ripetizione continua di un messaggio ha come effetto la persuasione soprattutto se si innesta nell’inerzia del pensiero dei più:  un pensiero, che riteniamo essere di tutti, rende normale ciò che normale non dovrebbe essere. C’è bastato saper che non eravamo noi ad essere in pericolo, che non era un nostro problema. Da sempre questo atteggiamento mentale tiene fuori dalla nostra mente tutto ciò che riguarda “l’altro”.

La vita doveva continuare. “Milano non si ferma” ci dicevano i politici e si facevano vedere tranquilli e sicuri.  Ed invece avremmo dovuto fermarci subito.  Ciò che ha prevalso in quei giorni è che la macchina produttiva non poteva subire un rallentamento o addirittura fermarsi. La gente ha continuato ad andare a lavorare, ad andare al cinema o a passare la serata nelle strade della movida… Tutto era normale:  morivano solo i vecchi e i malati…

Sono morte più di 30mila persone ed è vero i deceduti sono per lo più uomini o donne che hanno superato i 60 anni, molti di loro erano già malati.

Davvero questo deve tranquillizzarci?  O invece ci dovrebbe porre delle domande sulla società che stiamo costruendo?

Per l’uomo antico essere vecchi significava essere il  luogo vivente della memoria, essere vecchi voleva dire sì, essere più fragili e deboli, ma anche essere portatori di valori irrinunciabili e preziosi: degni quindi di rispetto e di grande considerazione in quanto portatori di una sapienza capace di guidare e consigliare anche i giovani eroi che di fronte a loro si inchinavano.

Invece, sembra che la filosofia eugenetica in quei giorni, e forse ancora adesso, sia diventata, più o meno in modo manifesto, la pratica e lo spirito di questi tempi.

Lo testimoniano il documento degli anestesisti spagnoli, la teorizzazione dell’immunità di gregge degli inglesi: si sceglie insomma di fronte al carico di malati e morti, fra i vecchi e i giovani, come fra i deboli e i forti come se una vita – la più forte, la più abile – sia solo per questo degna di essere mantenuta, mentre un’altra più fragile (vecchi e disabili)  possa essere sacrificata.

Dobbiamo vigilare perché  il “virus”” della selezione non riprenda a infettare la società. Lo ha già fatto allora, in tempi più bui, lo sta facendo quando si accetta che ancora tante troppe persone vivano in condizioni disumane in altri paesi… E davanti alla “morte collettiva” della pandemia, la sensibilità umana sembra regredire a uno sguardo primordiale, quello delle necessità di specie. E gli individui molto vecchi occupano uno spazio eccessivo, sottraggono troppe risorse.

La domanda che ci dobbiamo porre è in che modo stiamo utilizzando il progresso che ha segnato il nostro mondo, per chi, per cosa?  

Di fronte ad uno schermo freddo cresce il nostro essere cinici spettatori  in una società che è sempre meno comunità e sempre più sommatoria di individui che mettono sempre al centro il loro personale ed individuale interesse. In una società che guarda solo il  Pil  come garante o meno della sopravvivenza, sono solo i migliori produttori, cioè gli abili, i giovani, i forti che dobbiamo preservare per poterli magari sfruttare meglio dopo.

Il poeta Franco Arminio si è reso disponibile ad ascoltare al telefono chiunque avesse bisogno di parlare con qualcuno in questi giorni  e  una donna di Bergamo gli ha detto: “Qui adesso non si muore soltanto, si sparisce”. La morte è naturale, la sparizione delle persone no. Ed è quello che è successo.

Abbiamo sentito parlare di tamponi, zone rosse, fasi, evoluzione del virus, ci hanno martellato di notizie e contronotizie, ma mai si è parlato di dolore, di sofferenza, di lutto. Il dolore di chi ha perso i cari che non ha potuto accompagnare, salutare. E’ mancata una “meditazione” su quanto ci stava accadendo, su come imparare da tutto ciò che abbiamo e stiamo vivendo.

“Una comunità è tale se sa essere attenta al dolore di chi ne fa parte”. Dice Arminio, solo ripartendo di lì sapremo quali sono le priorità per costruire una società che metta al centro l’uomo in quanto tale, non solo quello produttivo. “La relazione tra persone è l’esaltazione del no global per eccellenza. Insieme creiamo un ambiente irripetibile, irriducibile, mai seriale, sempre particolare. Unico. C’è un’atmosfera nel nostro abbraccio che si costruisce solo tra me e te”. E l’abbraccio è sì fisico, ma anche mentale. Dentro di te puoi abbracciare il mondo che vuoi faccia parte del tuo paesaggio affettivo.

E’ bella e significativa l’immagine di Enea che fugge dalla sua patria in fiamme: sulle spalle si porta il vecchio padre Anchise e per mano il figlioletto Ascanio. Un’immagine simbolica: una società che si rispetti deve aver in grande considerazione chi rappresenta il passate e i bambini che rappresentano il futuro, deve saper mettere insieme in modo armonico tutti quelli che la abitano, deve almeno provarci, viaggiare verso questo orizzonte.

Non si va da nessuna parte, racconta quell’immagine, se non con tutti, senza sacrificare nessuno e questo vuol dire con Eugenio Borgna,  che dobbiamo resistere “al fascino stregato del pregiudizio che nasconde in sé un segreto disprezzo per la debolezza che si manifesta nella vita incrinata dalla malattia, dagli handicap e dalla condizione anziana”.

La qualità della sosta decide la qualità della ripartenza. – dice Franco Arminio –  Sapremo ripartire meglio se non abbiamo solo coltivato sentimenti di rabbia e di rancore. Mantenere le distanze, ma andare avanti restandoci “vicini”. Stare vicino a chi ha perso qualcuno, a chi ha perso il lavoro, a chi ha sofferto profondamente. Starci vicino. Questo è ciò che una comunità sana può fare quando riparte, altrimenti faremo gli stessi errori e saremo ancora più lacerati”.

Ma sapremo ripartire se i morti, i tanti morti usciranno dal puro dato statistico per tornare a essere persone. Non se ne parla più… Eppure anche nella città più potente del mondo ci sono state tante persone seppellite in fosse comuni. Prima di ripartire dovremmo chiedere a tutti un momento di silenzio e perché ognuno possa ricordarsi che nessuno va lasciato indietro, che tutti abbiamo diritto alla cura, ad una vita dignitosa e che sicuramente tutti abbiamo diritto a non morire così.

Se, invece, l’unica preoccupazione sarà voltare pagina, i problemi rischieranno prima o poi di ripresentarsi anche peggio di prima perché abbiamo dimenticato con i morti la nostra umanità.

Dobbiamo pensare l’impensabile…

14 risposte a “Muoiono solo anziani e malati…”

  1. Elvio Mattalia dice: Rispondi

    Come un diapason risuona in me quanto ci dice Emilia…
    Se da un lato su questo periodo abbiamo cercato di esercitare la nostra empatia e sensibilità alla ricerca di quanto saremo migliori all’uscita dalla pandemia, questa svalutazione dell’essere “vecchi” e quindi sacrificabili in qualche modo ci è entrata dentro? siamo sicuri che in qualche angolo remoto della nostra mente (spero non del cuore) questa differenziazione tra giovani e vecchi di fronte al sacrificio proposto non ci abbia tranquillizzato (in fondo tocca agli anziani e non a noi)
    Allo stesso modo ho qualche perplessità nel profondo dei miei pensieri (e questa volta del mio sentire) sul fatto che saremo più buoni e migliori.
    Troppo pessimista? Qualcuno può dirmi che sbaglio..mi farebbe piacere

  2. ……….Emilia ha esposto, scrivendolo, quello che ho sentito, interpretato in questi giorni…..
    I Morti, i Malati, i Vecchi ( questo vocabolo non si usa quasi piu’, vecchio, sa di dispregiativo, come di qualcosa da allontanare …..invece era sempre stato simbolo di Saggezza …)
    Da questa società si vuole già da tempo allontanare Tutto ciò che Non è ” rosa”…..
    Le note dolenti , ed in musica ci sono anche le tonalità minori non solo quelle maggiori, che si differenziano dando un tono triste opp allegro, come i colori, nessuno o quasi le vuole più…..si vogliono ” rimuovere “….in questo caso i lutti, i distacchi, i dolori, Non esiste più il ” mettersi” nei panni dell’ altro.
    Pensavo che in questo Periodo avessimo capito quanto fosse Bello ed Importante dare il vero Valore alla Vita !
    Poi senti i discorsi dei potenti…..es di Trump…. e davvero Non vorresti far parte di quell’ Umanità…o di Questa ?……… in fondo in fondo la natura vera dell’ uomo é ” barbara”……
    speriamo ,di vero cuore ,di sbagliarci……

  3. Io mi sento vecchia.Ho 45 anni e non mi sono mai sentita più vecchia.Non anziana,non maturata solo invecchiata.Elvio chiede se è troppo pessimista,sorrido.Io non trovo nulla di positivo in ciò che è accaduto,sta accadendo.Sono frastornata.Ho accudito in questi mesi,ho solo accudito.I miei anziani genitori,le mie giovanissime figlie e qualche coetaneo a cui ho potuto dare conforto.Il distanziamento non è mai stata la mia dimensione.Nella mia amata città,Torino, è sparito tutto ciò per cui l’ho amata: gli agglomerati nelle piazze,i cinema,i teatri,i caffè affollati,i bus,la metro,le librerie,la vicinanza,il sudore condiviso,i musei,i giardini pubblici…il pubblico in genere: in una parola l’umanità aggragata. L’alterità, il confronto,il dialogo…tutto è online.Sono vecchia!Non fa per me.Non mi piace.Tutto distante.Tutto altrove.
    Mi conforta pensare che questa è solo la mia mappa,il mio modo di vedere le cose,la mia capacità di cercare significati,disegnare orizzonti… già,gli orizzonti.In sue mesi,tre,non ho sentito parlare di bambini,sembravano spariti non solo dalle strade ma dai cuori dalle menti… né bambini né giovani…dimenticati in Italia,il paese,fino a ieri ,dalla colpevole crescita 0.
    Pessimismo?A me sovviene l’atroce dubbio che possano essere dimenticati ,come i morti, perché non votano,non più,non ancora.Non votano e non producono:i bambini,i giovani sono inutili. E allora via il diritto all’istruzione, non nominati nei decreti,menzionati meno dei cani,mio grande amore,nel diritto all’ora d’aria.
    Sono frastornata.

  4. Donatella dice: Rispondi

    Emilia sa esprimere sempre e nel migliore dei modi quello che molti di noi hanno pensato. Ma quelli che parlano così, in maniera distaccata dei cosiddetti “vecchi” non ce l’hanno una madre, un padre, un nonno o una nonna a cui sono legati? E allora come possono parlarne con distacco? Solo perchè non sono i loro? Queste morti in solitudine sono terribili e non è umano non averne rispetto. In questa societá usa e getta si sono persi i valori più importanti e le uniche cose che contano sono il denaro e l’egoismo. Non so scrivere bene come Emilia ma per fortuna c’è lei che ha scritto esattamente quello che penso io

  5. Purtroppo fa paura il Virus……..E’ lui che comanda …..
    Questa Vita asociale, distante é come asettica ……..Non ci appartiene
    Per il momento dobbiamo resistere, e quindi Esistere in qst Realta ‘
    Augurandoci che Non ci voglia troppo Tempo per poterci riabbracciare

  6. Ciao Emilia, è verissimo, quello che scrivi: il virus ha brutalmente svelato soprattutto il disprezzo per la debolezza ma anche l’illusione che non ci riguardi (le responsabilità dei grandi media in questo sono enormi). Nei giorni scorsi mi è capitato di sfogliare più volte l’ultimo libro (2019) di Miguel Benasayag: Funzionare o esistere, in cui si chiede due cose. La prima: che tipo di società è quella che non attribuisce più alcun valore alla “scultura della vita” cioè gli anziani che sono “scultura dei corpi, della memoria… ma anche delle potenze”, e al tempo stesso nega la specificità della giovinezza, “esplorare le proprie possibilità, assumere rischi, abbandonarsi con passione…”. La seconda: c’è una via di resistenza a tutto questo? Malgrado tutto, credo chi in questi tempi grigi chi nei condomini ha svolto azioni di solidarietà con i vicini più fragili, chi negli ospedali ha lavorato oltre quanto previsto dai contratti, chi non smette di mettere su spazi di relazioni sociali altre (come ad esempio arsdiapason) …, sembra nutrire le nostre speranze. Speranze deboli e fragili e proprio per questo importanti. Non credi che la ricerca della speranza sia una delle priorità in questo momento? Un forte abbraccio
    GianLuca Carmosino

  7. Leggo parole che mi confortano. Ho 80 anni e sono sola. I miei figli non possono venire a trovarmi se non a distanza. Mai mi ero sentita così vecchia e inutile. Grazie.

  8. Manuela Massarenti dice: Rispondi

    Cara Emi,é una riflessione importante, la tua e sai esprimere profondamente quello che molti pensano sulla condizione cosiddetta umana dei nostri tempi bui..
    Il virus ha fatto scoprire le carte, ma quanti di noi lo capiscono? Non certo i sempre primi in tutto, palle da biliardo che hanno sempre determinato il corso delle cose a loro favore e basta.
    Purtroppo sono pessimista da sempre e la penso come la Aspesi…tutto tornera’ come prima, ma con più cattiveria.
    Io però starò sempre dalla parte dei “Poeti”..
    Grazie per quello che hai scritto, Emilia, le tue parole mettono in moto il pensiero e il sentimento.Un abbraccio.
    Manuela

  9. Maria Vassallotti dice: Rispondi

    Un significativo punto di vista per ripercorrere i sentimenti che ci hanno accompagnato in questi due mesi.
    Bella l’immagine di Enea: si sta nel presente con la memoria del passato e la valorizzazione del futuro.
    Maria

  10. Essendo malata e pure di una malattia rara, questa cosa la vivo non esattamente bene. Da rara già prima non mi sentivo granché 🙄 aiutata o sostenuta, ora va pure peggio. Certo non si può dire di vivere in una società gentile, ma che sia sempre stato fatto poco e’ palese. I soli disabili che ricevono plauso sono quelli che nonostante la disabilità corrono e producono. Cosa possibile solo se esistessero certe attenzioni. Anche lì, la qualità della vita dipende dal denaro che hai e dal sostegno che altri ti danno, perché non è un diritto. E sentirsi un peso e’ un mattone in più sul groppone. Da ingoiare. L’ importante comunque è non rompere troppo… Se diventeremo una comunità migliore sarà perché sappiamo di potere contare sul sostegno dello stato come diritto, come diritto dovrebbe essere preteso da chi sta bene, come pretendere che i disabili possano uscire e vivere soli sempre più possibile oggi grazie alla domotica. Insomma vivere anche se non si è perfetti e non si produce dovrebbe essere una ovvietà.

  11. E’ esattamente come dici, Emilia, hai fatto un’analisi approfondita e severa, come è giusto che sia. Dovremmo ricordarci tutti i giorni quella frase meravigliosa che Vittorio Arrigoni disse tanti anni fa, prima di essere crudelmente e ingiustamente ucciso: “Restiamo umani”.
    Purtroppo stiamo perdendo quotidianamente tutta la nostra umanità, l’abbiamo dimostrato nella prima terribile fase dell’epidemia, e lo stiamo dimostrando, pur in una situazione molto diversa, anche in questi ultimi giorni.
    Grazie sempre, Emilia.
    Piera

  12. In Lombardia, al capitalismo sono state sacrificate migliaia di vite. Quando non hanno reso zona rossa la Val Seriana,non voluta dalla Confindustria Lombardia, e non chiudendo un numero enorme di aziende produttrici di beni NON essenziali. Di questo dovrebbero rendere conto…

  13. Una riflessione importante. abbiamo sperato in molti chi più chi meno che questo lungo periodo di quarantena fosse accompagnato anche da una riflessione e da una crescita individuale. “meditare” su stessi non può prescindere però dal meditare e fermarsi a riflettere su quanto sta accadendo fuori da noi. e tu Emilia lo hai raccontato molto bene. non può rimanere in silenzio, non può scomparire quello che sta accadendo.
    è importante conservarne una memoria non solo dei fatti, ma delle storie delle persone…
    grazie
    Francesca

  14. Finalmente un articolo che non si lamenta delle restrizioni della libertà, ma si sofferma giustamente sul dolore troppo taciuto di coloro che sono morti e di quello dei loro cari, dell’attenzione che dobbiamo a costruire una società che non si possa mai fermare. Grazie
    Michela

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