UN GIORNO di DIDATTICA A DISTANZA con BIMBO di 4 anni!

UN GIORNO di DIDATTICA A DISTANZA con BIMBO di 4 anni!

Il bimbo di cui voglio parlare è Pietro, il mio nipotino di quattro anni, compiuti il 18 novembre dello scorso anno.

L’anno 2019 aveva visto il suo ingresso alla scuola dell’infanzia. Il suo inserimento è stato difficile. Pietro non si voleva rassegnare a lasciare i suoi spazi (la sua casa dispone di un cortile in cui ha potuto e può giocare liberamente), l’accudimento, oltre a quello dei genitori, dei  quattro nonni, ancora abbastanza giovani, che gli garantivano quelle che possiamo chiamare attività di laboratorio: nonna Rosa il racconto di storie e la loro invenzione, nonna Silvana il disegno e i giochi in cortile, nonno Massimo la riparazione degli oggetti rotti, la costruzione di puzzle e marionette, nonno Antonio il canto a squarciagola, l’osservazione della natura durante le loro passeggiate. Insomma un bimbo molto fortunato, che aveva ben accettato l’asilo nido, ma la scuola dell’infanzia proprio no.

Ad ogni modo l’inserimento fu fatto e Pietro, come doveva accadere, iniziò ad apprezzare la vita della comunità scolastica con le nuove conoscenze di altri bimbi e di altri adulti, con nuove attività e le prime regole della convivenza sociale.

Ma ahimè, come è ben noto, le scuole furono chiuse nel primo lockdown, esattamente un anno fa, a marzo del 2020.

E così Pietro, e tutti i bambini in età di scuola dell’infanzia, subirono un arresto nella loro esperienza di vita comunitaria, importante per la loro crescita, fondamentale sul piano relazionale e dello sviluppo cognitivo.

L’anno scolastico 2020/21 si avviò “normalmente”. L’ inserimento avvenne in serenità, nonostante tutti noi temessimo che la prolungata chiusura e la pausa estiva potessero riproporre rifiuto e capricci. Non che la normalità ritrovata fosse esente da problemi: sappiamo bene che le regole dettate dal covid19 (distanziamento in primis, mascherina per gli insegnanti, lavaggio delle mani…) sono tali da fiaccare noi adulti; possiamo quindi immaginare quanto possano essere pesanti per bambini così piccoli.

Andando spesso a prendere Pietro a scuola, aspettando il mio turno sotto lo sguardo vigile di un paio di collaboratori scolastici, ho avuto modo di osservare cosa accade quando i bimbi si riversano nel piccolo giardino antistante la scuola: uno spazio dotato di un unico scivolo, qualche panchina, alberi, di cui uno, meno alto degli altri, è molto conteso dai bambini, in quanto è possibile arrampicarvisi raggiungendo i rami più bassi.

All’uscita, varcato il cancello, bimbi e bimbe, tutti di corsa ad occupare lo scivolo, a rincorrersi urlando in modo assordante, a cercare rametti, a rimestare con questi nel terreno, a cercare foglie, ad arrampicarsi…, tutte attività “sane”, ma al mio sguardo paiono vissute con una esigenza di “sfogo” impellente e prorompente, che credo di non aver notato prima che questi bimbi fossero sottoposti a regole rese più rigide dalla pandemia e dalla necessità di frequentare in sicurezza.

Comunque a scuola si andava. Ora, da qualche settimana, non più. Ora anche per loro (per Pietro sicuramente) per due giorni la settimana c’è la DAD, la controversa didattica a distanza; due incontri virtuali di un’ora: il martedì il “laboratorio di lettura” e il giovedì quello d’arte. Parlare di laboratorio può sembrare improprio, ma non intendo addentrarmi su questo aspetto: penso che le insegnanti, ben intenzionate, vogliano presentare le attività con lo stesso linguaggio usato a scuola. 

Verrebbe subito da dire: “Meglio questa DAD che niente … “Forse è così, anche se non credo che possa valere per tutti i bambini, poiché dipende dalla possibilità di disporre di computer, di essere seguiti e motivati ad accettare ed affrontare una precoce esperienza “virtuale”, che richiede un livello di attenzione piuttosto alto.

E’ di questa esperienza che voglio parlare. E per farlo voglio raccontare l’ultimo collegamento in DAD di tre giorni fa.  

Giovedì mattina. Pietro arriva a casa mia, accompagnato dal suo papà, alle 8.30, come sempre sorridente e allegro. Suona il campanello e si nasconde dietro la porta.

Ciao Andrea”, dico a mio figlio, “ma com’è che Pietro non c’è …”?

Ma subito compare e… “Buu! …, ti ho fatto uno scherzo.

Andrea mi consegna la cartellina con le schede già stampate, da utilizzare nella giornata durante il collegamento DAD. Ci salutiamo come sempre a distanza, anche se lui ha già avuto il “privilegio” di aver fatto il covid durante il primo lockdown, e se ne va. 

Pietro si spoglia velocemente e subito mi chiede di giocare con lui, visto che questa mattina il nonno deve uscire e non può intrattenerlo.

Ho bisogno di un po’ di tempo per preparare il materiale per il collegamento con le tue maestre e i tuoi compagni “.

Mi guarda sgranando gli occhi, occhi eloquenti, rimane immobile per qualche secondo e poi mi dice:Va bene, ma almeno un pochino riusciamo a giocare…”?

Nell’attesa, sale in mansarda e inizia a giocare con le macchinine. Io predispongo tutto l’occorrente per il “laboratorio d’arte”. Colloco sul tavolo, piuttosto ampio, accogliendo il suggerimento delle insegnanti, cartoncini colorati, colori a tempera, pennelli, pennarelli e ovviamente il computer. Verifico che il collegamento sia possibile e salgo in mansarda per giocare con Pietro come promesso.

Voglio farti vedere il gioco che ieri ha inventato Chiara (la sorellina di nove anni)”, mi dice subito.

Ha già organizzato lo spazio per un gioco mutuato dal calcio delimitando le due porte con due cuscini e con due sedie, e utilizzando come palla un dischetto, ovvero un sottobicchiere di cartoncino colorato da sospingere con due coperchi di scatole di cartone di forma quadrata di non più di 15 cm per lato. Il gioco è semplice: ciascun giocatore deve spingere il disco, imprimendo la giusta forza, e cercare di fare gol. Quanto più si è veloci tanto più diventa divertente. Pietro si sbellica dalle risate ed io a mia volta…cosa da non credere. Ma si sa che i nipoti riescono a farci dimenticare le nostre angustie e condurci nel loro mondo.

Ma, secondo il detto non proprio generoso “un bel gioco dura poco”, alle 10,45 bisogna interrompere per andare a posizionarsi davanti al pc: la DAD incombe. Pietro ubbidisce, ma il suo faccino si rabbuia. 

E vabbè! andiamo sotto, ma dopo giochiamo ancora”? mi dice con aria rassegnata.

Gli rammento come si usano le tempere e accendo il computer. Lui si siede su alcuni cuscini per essere alla giusta altezza, io accanto, vicina ma non troppo, per non comparire sullo schermo. Alle 10,00 in punto mi collego.

Una delle due maestre si affaccia dalla sua “finestrella” e saluta calorosamente.

Si dà avvio all’appello. L’altra insegnante chiama i bimbi che, come è ovvio, devono rispondere “presente” e alzare una paletta costruita in precedenza, raffigurante una faccina sorridente. L’appello si prolunga in modo estenuante, sia perché si inseriscono man mano altri bimbi, e quindi bisogna salutarli, sia perché qualcuno, coraggioso e impaziente, desidera mostrare il proprio lavoretto fatto a casa… All’appello, segue la filastrocca sul calendario e sui giorni della settimana, che i bimbi devono recitare tutti insieme. A quel punto l’attenzione di Pietro è quasi esaurita e inizia a scivolare sulla sedia facendo cadere i cuscini, scomparendo dallo schermo.

Pietro, stai attento, non ti si vede più”. Lui si ricompone, ma dopo pochi minuti si distrae nuovamente e ricomincia a scivolare. La maestra, prima di passare alla attività del giorno, chiede di mostrare il disegno riguardante la storia raccontata durante il precedente “laboratorio di lettura”. Chiedo anche a Pietro di far vedere il suo e di descriverlo, ma lui non ne ha proprio voglia. Gli dico: “Hai fatto un bel disegno, sarebbe bello che tu lo mostrassi ai tuoi compagni e alle maestre…”. “Sono timido”, mi risponde. A questo punto sono io a sgranare gli occhi. Sono incredula. Pietro è un bimbo aperto, solare, socievole e chiacchierone e non teme di esprimere le sue emozioni; avrei pensato che mi dicesse che si annoia, non certo che è timido: ma chissà cosa sottende, mi viene da pensare, questa sua trovata.

Finalmente la maestra inizia con la proposta del giorno, ma non riusciamo più a capire cosa dice per problemi di collegamento, di conseguenza interpello l’insegnate sul da farsi. A fatica capisco che devo spegnere e ricominciare daccapo. Mentre eseguo, Pietro è già sgusciato via ed è andato a prendersi il suo telefonino-giocattolo e fa finta di telefonare al suo papà. Mi ricollego, ma niente da fare. Affannata, telefono a mia nuora e lei immediatamente mi rimanda il link sul cellulare, lo attivo e finalmente siamo nuovamente collegati: giusto in tempo per iniziare a eseguire la consegna.

“Prendete la scheda che ho inviato ieri ai vostri genitori… osservatela bene… c’è il disegno di un pompelmo, l’ultimo dei frutti invernali che abbiamo conosciuto fino ad ora…, fra alcuni giorni inizierà la primavera e ne conosceremo altri”.

Mentre la maestra spiega, mi precipito ad aprire la cartellina consegnatami da mio figlio, cerco la scheda, ma questa non c’è. Richiamo mia nuora. “Spediscimi la scheda del pompelmo”! Presto fatto. Accendo la stampante e provvedo subito. Ovviamente devo richiamare Pietro all’attenzione ricordandogli che se sguscia come un’” anguilla” non lo vedranno e non potrà seguire le maestre né lui potrà vedere i suoi compagni. “Poi mi spieghi cos’è un’anguilla”? “Certo, dopo”.

Finalmente ci siamo. I bambini sono guidati a spalmare di colla il disegno del pompelmo stando dentro i margini, su cui spargere il sale grosso da premere perché si incolli. La manovra non è poi così semplice, perché di colla Pietro non ne mette abbastanza e molti granelli di sale si spargono un po’ ovunque, sul tavolo e sul pavimento. Ma questo è il meno. 

Avete terminato”? chiede la maestra, visto che, ovviamente, c’è chi è più veloce e chi lo è meno… e bisogna aspettare. Quando tutti sono pronti, si procede con la colorazione. Pietro sceglie le tempere e quindi si munisce di pennelli, di acqua e straccetto per ripulirli. Devo dire che finalmente si concentra ed è attento.  Usa il giallo per il frutto, il verde per le foglie e il marrone per il picciolo. Il prodotto finito lo soddisfa. Qualche granello di sale, che deve rappresentare la buccia granulosa, si è ben incollato. E non più così “timido”, fa vedere alle maestre il suo prodotto. 

Ma non è finita qui. Ancora un po’ di pazienza bambini… questo pomeriggio dovrete completare il lavoretto per la festa del papà…” Mostra loro la scheda, che hanno già ricevuto, da colorare, ritagliare e incollare su cartoncino.

Ricordatevi anche di ripetere la poesia che abbiamo imparato… fatevi aiutare… imparatela bene per poterla recitare al papà”.

Siamo giunti al termine. Invito Pietro a salutare con la manina compagni e maestre ed esausta spengo il computer.

Suona il campanello. Pietro va ad aprire. Il nonno è arrivato. Si precipita ad abbracciarlo. “Nonno… nonno …, vieni a giocare con me”? “Certo, ma non preferisci andare un po’ in bici”? Sì, sì, ma dopo giochiamo al gioco di Chiara”? D’accordo, giocheremo dopo pranzo”.

Loro escono ed io rimetto a posto.  Non oso chiedere a Pietro di riordinare con me. Raccolgo i fogli nella cartellina, il sale, asciugo l’acqua versata sul tavolo, mi siedo e sospiro…: e sono le 11.30.

21 marzo 2021 Rosa Armocida   

                                                                              

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